lunedì 24 ottobre 2016

BROKEN / La vita doppia (ma anche tripla, quandrlupla, n-esima)


Spesso mi chiedo chi sono. Ma ultimamente mi chiedo, quanti sono? Quante vite parallele vivo? Perchè nella mia testa non ci sono che binari interrotti? Coesistono diversi momenti, diverse persone insieme.
Ricordo quando ho provato per la prima volta questo stato.
Ricordo il mio primo giorno a casa.
Camminavo per le strade di Bari, un occhio impegnato a scansare cacche di cane e mettere un piede davanti l'altro, l'altro riverso all'interno, che guardava scorrere le vie di Kadikoy sotto i piedi, accanto ai meravigliosi murales messi lì per me.
La mia vista spaccata in due come era spaccato il mio cuore.
Non mi sento a casa da quel giorno, da nessuna parte, con nessuno, e da quel giorno non ho fatto nulla che sentissi mio, che sentissi una mia scelta, una mia volontà.

"There is a radar in my heart/I should have trusted from the start".

Questa non è la mia vita, queste non sono le mie scelte, sono le scelte degli altri, è la programmazione che qualcuno mi ha inserito nel cervello. Io non apparterrò mai a questa città prostituta, chiusa nel suo medioevo bancario come chiuse sono le sue mura ancora in piedi, e non apparterrò mai a questa disumanizzante azienda dove tutto è una procedura, tutto è schema e limiti.

Allo stesso tempo, non posso, non voglio mollare. Non voglio lasciare le cose a metà, non posso rinunciare a ciò che mi sono guadagnato pagando il prezzo più alto.

Sto andando in pezzi, e si vede.
Chi mi guarda vede un guscio vuoto, incapace di creare qualsiasi cosa o di stabilire legami.

"Ma tu eri così anche prima dell'Erasmus?"

Si. No. Forse. Non lo so, non so più nulla.

Sono rotto, ma forse c'è speranza.  Kintsugi.


lunedì 17 ottobre 2016

Impreparazione

Ho cercato il sinonimo inglese di questa parola sperando nella logica britannica, quando loro capiscono alla grande l'accezione che vuoi dare alle parole, spesso intraducibili. Niente, il risultato è deludente: UNPREPAREDNESS. Sa molto di nota sul registro alle elementari. Forse è la sola ed unica accezione che può avere questa parola.
Amo la mia personalità, così fantasticamente idonea a non guardarsi mai in faccia, intenta a riempire tutti i vuoti di tempo possibile, incasinata fino a non riuscire neanche a pensare. Se lascio un vuoto è breccia, dalle brecce si insinua l'acqua che erode, mangia tutta la diga che crolla sotto la pressione del fiume in piena con la stessa velocità che ho impiegato per dire "SI". Sono malata di impulsività e adesso vorrei solo sparire dal mondo, non presentarmi all'esame di laurea, non organizzare più niente, non dovermi aspettare più niente da me, avere il cazzo di sacrosanto diritto di crollare e mollare e scappare. Ci deve essere una ragione per cui le persone più intelligenti che conosco si laureano a 30 anni. Hai solo una vita, non sprecarla ad essere competitivo, goditela. Non sarò io ad aggiustare il mondo, just let it be.
Voglio tornarci a Istanbul, credo sia il posto in cui ho imparato più cose di me. La città più bella e torturata del mondo e io sono stata pressocché ovunque. Sapete cosa mi mette ansia da morire. Con la laurea sto siglando il contratto col diavolo denaro in cui rinuncio per sempre al mio tempo. Ai miei sogni chiusi fuori alle porte di una sala operatoria.
Trovo tutto noioso, le associazioni, i colleghi, i parenti, i regali, le feste. Mi sembra una vita finta. Mentre viaggio in giro per la Sicilia e faccio spola tra i vari paesi arroccati sulle montagne o sul mare mi rendo quasi conto che con questa terra ho finito, ho chiuso, ho bevuto tutto il suo sapere, ho finito l'acqua della sua fonte e senza mai conoscerla davvero ne sono già annoiata.
Non voglio vendermi al mondo, alle persone. Siamo le prostitute del capitalismo. Sono troppo curiosa del mondo per stare qui, aprire lo studio, amare qualche altro dottore, fare la classe dirigente del futuro senza prendere rischi, andare alle cene di beneficenza, compilare questionari, prendermi complimenti che mi merito solo perchè per fortuna non appartengo a tutti loro. E se ne accorgono, si percepisce. Vi sarà capitato sicuramente. Non avete la sensazione di avere stampata in faccia la vostra diversità dal resto di una massa di decerebrati. La gente è come se la annusasse e vi ama o vi odia per questo, ma il punto è che a me non interessa. Ho paura di perdermi e ho paura di essere impreparata a perdermi, ho paura di avere troppo coraggio nelle decisioni, di non piegarmi e di vendermi troppo.
Oggi più che mai sento Istanbul dentro di me, E' davvero così bella la gabbia d'oro che ci costruiamo?
Vorrei essere con voi a Kadikoy a guardare dal parco oltre il mare.