sabato 18 febbraio 2017

Keep moving

Ragazzi mi dispiace da morire per lo SPOILER terribile sulla vita che vi sto facendo, ma sono anzianotta e me lo posso permettere. Avete presente quando si cresce con l'idea che nella vita devi scegliere, è piena di bivi e sentieri che devi scegliere se percorrere o no? Tutto ciò non esiste. Quali sentieri? Io ho visto davvero pochi bivi. Vorrei conoscermi se non fossi stata questa, se avessi fatto forse qualcosa meno diverso, più me, meno responsabilità, meno vita inquadrata. Credo non sarei stata felice lo stesso. Ho creduto che certe scelte potessero portare alla felicità, ho intrapreso un sentiero per poi scoprire....che finiva a mare, e in realtà la vita assomiglia molto di più a cercare di galleggiare contro una tempesta. E nel frattempo, più percorri il sentiero, più questo somiglia sempre di più ad una gabbia. Ma per cosa poi? Con chi? Che importa? Persone qualunqui, ma alla fine solo sei e solo sarai e la vita è tua e non la puoi scambiare con quella di nessuno. E quindi eccomi qua, STUCK. Bello questo termine, io lo interpreto in maniera onomatopeica. Come quegli omini di sostanza gelatinosa che si trovavano nei pacchetti di patatine di chi era bambino negli anni 90 e che si lanciavano contro il vetro, il muro, tua mamma e rimanevano appiccicati. se li rimuovevi rimaneva l'alone di sporcizia che sti cosi oleosi(siciliano: INSIVATI, dove SIVO sta per sporcizia, olio, qualsiasi cosa attaccandosi porta sporcizia ed è difficile da rimuovere) lasciavano sulla superficie. Ecco perchè le case si riverniciavano spesso. Eccomi. lanciata e inchiappata su un vetro di finestra. E dalla finestra vedo la mia vita, e non ci vedo molto significato dentro. Quasi tutto vuoto, tranne i momenti felici, quelli che rimangono la sola cosa per cui vale la pena vivere. Le cose in cui credevi? Lontane, a 15 anni eri una pazza esaltata che lottava per qualsiasi cosa, il diritto allo studio, i diritti dei cani, contro la droga, contro tutto. Le persone con cui stavi, con cui hai camminato per un pò?Uhm...bellissima questa generazione, abbiamo tutto alla portata di aereo, millemila amici qua e là e poi siamo soli come i cani. La generazione più sola nella storia delle terra, dopo l'estinzione dei dinosauri. Dove si fanno figli perchè a 35 anni hai avuto 7 storie importanti alle spalle, ne trovi uno qualsiasi nella stessa città e fai un figlio di corsa....ti scadono le ovaie, compà. 
Stanca di lottare, e stare a galla a fare che, tutta sta fatica vale la pena? Semplicemente no. E allora, inizi a dire no. devi fare finta di divertiti per forza con gente che non serve? no. a 25 anni hai un'idea vaga di chi sei? no. E di chi vuoi essere ? no. E di dove andrai e cosa farai? no. Servivano a niente queste domande nell'immediato? no. E te ne frega niente che non sai/sei nulla? Ancora no. L'unica cosa che mi importa è sentirmi viva. Per fare ciò, just keep moving. Muoversi per sentire che senti ancora qualcosa.

martedì 14 febbraio 2017

About Londra, ovvero: sull'anima di una città.

Prima per mancanza di denaro, poi per mancanza di tempo, mi sono più volte ritrovato a fare viaggi estremamente brevi per capitali (e non) europee, con l'intento segreto di riuscire, nel minor tempo possibile, a cogliere l'essenza dei posti visti, sentirne la storia, osservarne la gente.

So che è piuttosto pretenzioso giudicare un posto, un popolo, in un lasso di tempo così breve, ma d'altro canto, dicono ci vogliano 7 secondi per decidere se una persona ci piace o no. In 3 giorni posso quindi valutare, al netto delle ore di sonno e del tempo speso a guardare le strade, il cielo, gli specchi d'acqua e i graffiti che sempre cerco, qualche migliaio di persone. Un campione discreto.

Ritornando al titolo del post, Londra. Ci mancavo da 9 anni, da quando un me 17enne rimase spaventato dalla mole di gente che camminava per le strade, dal numero di ubriachi in metro alle 7 di sera di un venerdì qualunque, da quella città che sembrava pronta a mangiarmi senza nemmeno assaggiare prima e vedere se ero buono di sale (hint: ero poco salato). Quello stesso me stesso (?) 8 anni dopo avrebbe calcato la Istiklal Caddesi di Istanbul sentendosi padrone del mondo.


(Poca gente da quelle parti.)

Ero quindi curioso di capire come mi sarei riapprocciato a quella città, per capire anche il mio, di cambiamento. Ho quindi approfittato dell'ospitalità della mia gemella diversa F. che lavora nella City per passare un weekend allungato nella capitale della cara vecchia Albione.

Cosa ne ho concluso? Ci sto ancora pensando, e come al solito potrei cambiare idea e aggiungere nuove idee a ciò che già ho partorito (segue elenco di pensieri sotto forma di cesareo al settimo mese).

Londra non mi mangia. Forse i suoi abitanti si però. La città è veloce, frenetica, sempre pronta a rinnovarsi e ad accogliere tra le sue braccia le anime perse di questa Europa senza speranza. E' esattamente questo che ho capito di questo posto: ti dà l'opportunità di essere chi vuoi. Nessuno vuol sapere la tua storia, a nessuno frega una well-loved di chi eri e di come ti sei ritrovato là. Sei semplicemente quello che si vede, e quello che si vede lo scegli tu. Noi italiani (specialmente al sud) non sappiamo nemmeno che esiste, questa libertà. Non stento a credere che nei club di Shoreditch gli incontri che ho fatto sono stati solo con italiani e spagnoli. Grazie alla mia amata Costantinopoli, ho potuto capire questo aspetto; ho però capito una seconda cosa. Tutta questa libertà ha però un prezzo: LONDON HAS NO SOUL.

Si, ok, super pretenzioso da parte mia. Ma mi sono chiesto, cosa mi lascia questa città? Cosa mi trasmette, come mi arricchisce? Non ho trovato risposta. Così come è pronta ad accoglierti, così ti risputa. Sempre il confronto con Istanbul (che ok, per me è come confrontare l'amore della vita con una che mi guarda fisso in una discoteca) mi ha fatto pensare che ci sono dei posti con una forte identità, immutabile e perpetrata dai suoi abitanti nel tempo e nello spazio, e dei posti che, semplicemente, un'anima non ce l'hanno. O forse il famoso pragmatismo inglese è così potente da annullare tutto ciò che non sia puramente materiale, cemento come carne e mattoni come arterie di questa città così straordinariamente ricca e luminosa.

E' proprio la materialità che ho trovato a Londra: è una gioia per gli occhi (almeno il suo centro). Strade ampie, torri di vetro e acciaio dalle forme ultramoderne, persino il font dei cartelli immacolati mi ha trasmesso ordine e precisione, anche quando affissi su muri coperti di scritte e sporcizia. Così sono le sue persone, freneticamente alla ricerca di qualcosa di tangibile. E tra parchi, arte, club e musica (di primissimo livello) ce n'è di roba da toccare.

Londra non mi fa paura: mi fa paura la prospettiva di viverci per anni e non aver fatto altro che speso vita, per guadagnare GBP, senza crescere se non nel senso del portafoglio.

Londra non ha un'anima perchè non le serve. Sta bene così, ed è questo sua costante mancanza a renderla, al contempo, un posto così estremamente ricettivo e aperto all'innovazione.

Mi sono chiesto allora, qual'è il prezzo di un'anima? L'immutabilità, la condanna a ripetersi sempre uguali nel tempo? Guardando al mondo che conosco, sembra così. Italia, Turchia, Spagna, Grecia... tutti posti con una forte identità, eclissati da chi invece la propria identità l'ha costruita sulla ricchezza, mattone su mattone, sulla schiena di spazzacamini, colonie e operaie sottopagate.

Non ho una risposta. Posso solo continuare a viaggiare.

domenica 5 febbraio 2017

Un anno fa (parte seconda).

L'anniversario della partenza mi ha emozionato. Sono ritornato con la testa a quel momento, quella sensazione di aver voltato totalmente pagina, di non aver legami più consistenti di un sottile filo di cotone con la vita passata.

Oggi invece cade ben altro anniversario. Il ritorno, il lutto, la prima volta che mi sono risvegliato nel mio vecchio letto, nella mia vecchia casa, senza capire quale fosse il sogno e quale l'incubo. E questi pensieri restano segreti perchè chi non è partito, chi non è tornato, non può capire. Si rischia di far credere a chi della tua vecchia vita faceva parte, e ne fa tuttora, di avere un ruolo marginale, una piccola partecipazione rispetto al sogno. Questo non è vero, non è giusto, eppure per certi versi è la realtà più semplice.

Ho superato la disperazione, il lutto, la nostalgia. La vita va avanti e bisogna vivere nel presente. 

Ma il 4 di Febbraio rimarrà sempre la data in cui ho creato il mio primo piccolo Horcrux. Ora capisco perchè per crearne era necessario un'atto tremendo di violenza: certi distacchi, certi traumi, ti dilaniano l'anima. E il mio pezzo d'anima resta là, felice tra un çay e una partita di tavla, sazio di panini col pesce radioattivo del bosforo e ripieno di una pericolosa innocenza.