Casa.
Per molti una condanna. Ci sono persone che farebbero di tutto per non tornare più nel luogo d'origine: famiglie disastrate, città destinate all'abbandono, giovani che non hanno idea della Bellezza, lavoro che non esiste. E queste persone, di solito dotate di talento e inventiva (ma non necessariamente), rinascono altrove.
Per me no. Ho sempre amato casa. Giovani ricchi di spirito e carattere, come erba che nasce tra le crepe del cemento, una città problematica ma dotata anche di mille virtù, un' economia non arretrata ma nella quale é difficile entrare. E una memoria con il brutto vizio di idealizzare tutto.
Bruxelles, Milano, Roma, Bari... I dubbi sono tanti. Dove finiro', ma sopratutto dove intendo finire? E quando? Se dovessi consigliare a qualcuno nella mia situazione cosa fare, gli direi di fermarsi. Respirare. Ragionare. Il tempo speso nella preparazione é il più prezioso. Allora perché non sono capace di accettare i miei stessi consigli? Questa ansia di non riuscire, di non farcela, il sentire addosso una competizione folle... cosa é meglio fare?
Come posso vivere a testa in giù?
venerdì 7 luglio 2017
sabato 1 luglio 2017
Riassunto.
Sono sempre stata una persona che programmava tutto, ho
sempre avuto chiari i passi che avrei compiuto nella mia vita, modificabili non
così rigidi però sempre predefiniti. Sono Ansia, incarnazione di questo
sentimento che mi ha accompagnata inspiegabilmente da tutta la mia vita, già da
bambina.
Questo penso sia il motivo per cui ci sto ancora sotto,
all’Erasmus intendo. Perché per la prima volta sono stata chi volevo, ho avuto
la più bella delle scusa per liberarmi da quegli schemi e ansie da prestazione che
ho sempre avuto nei confronti di tutti.
Ho usato il mio corpo sino all’esaurimento, sino a trovarmi
vegetante nel mio lettuccio nella stanza divisa con un pannello di compensato
dalla sala dove il mio coinquilino e i suoi amici bevevano cay. Mi sono usata e
senza limiti ho fatto quello che volevo.
Ovvio che ci sia un MA, il ma è che sono tornata. L’Erasmus
ha una data di scadenza, e forse è meglio così, perché probabilmente mi sarei
persa e mai più ritrovata.
Sono tornata e ho visto che non potevo essere più quella
persona, ho perso amicizie, ne ho rafforzate altre di quella che era la mia
“vita di prima”.
La vita di prima non può tornare, perché la Io di prima non
può tornare, perché non la voglio più.
Questo anno a Perugia che sta per finire mi ha aiutata, per
quanto mi costi ammetterlo.
Il primo semestre é stato la bipolarità più assoluta, volevo
scappare, uscivo senza senso con Erasmus a cui non importavo e di cui, alla
fine, non mi importava. Volevo dimenticare che ero lì, perché non ci volevo
stare.
Il secondo semestre ho trovato un equilibrio, anche mentale.
Ho accettato la mia solitudine, ho cercato di apprezzare le piccole cose e
nonostante qualche momento di crollo ce l’ho fatta a sopravvivere, soffocando
l’ansia di dimostrare e la paura di rimanere sola.
Tra poco si spalancherà un nuovo vuoto davanti a me.
L’ultimo anno di magistrale, partirò per un altro Erasmus e ho intenzione di
rimanere per un anno là. Si stanno aprendo nuove possibilità e sto fremendo per
sapere se avrò la possibilità di andare in Africa.
E il dopo rimane la più buia delle incognite, ma sapete? Non
mi fa così paura (ora).
Non voglio lasciarmi trascinare, ma non voglio farmi
assalire dall’ansia del cosa-farò-poi.
Forse questa è la cosa di cui ho bisogno, un equilibro che
sto cercando di costruire con fatica nella mia mente malata e che per quanto
non ne siate coscienti anche voi mi avete aiutato a costruire.
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