mercoledì 9 novembre 2016

Amor Fati.

Quando mi imbatto in certe parole, finisco per esserne ossessionato. Un pò come con certe melodie, certi suoni che iniziano a vibrarmi dentro, e finiscono per rappresentare un periodo, un luogo, uno stato (d'animo). Una persona.
Ultimamente è il periodo di "Amor fati". Nietzsche (panico ortografico mode: ON) usa questa locuzione per descrivere l'atteggiamento del suo superuomo verso il proprio destino, un atteggiamento del tipo "Ehi, mi sta cadendo una tegola in testa, ma va tutto bene perchè sono l'unico in grado di finire in ospedale per poi attivare una curiosa catena di eventi che mi porterà a compiere il mio destino glorioso!". Pretty optimistic, per uno che ha ammazzato Dio nel tempo libero.
Insomma, questo sconsiderato inno all'ottimismo mi affascina e mi perplime allo stesso tempo. Il superuomo non aveva nulla in testa? Se ne fregava? O si faceva le sue superseghe mentali da superuomo? Come si arriva all'Amor fati? Per il momento, stop complaining, questo è sicuro. Mi ci vuole un pò di cazzimma.

lunedì 24 ottobre 2016

BROKEN / La vita doppia (ma anche tripla, quandrlupla, n-esima)


Spesso mi chiedo chi sono. Ma ultimamente mi chiedo, quanti sono? Quante vite parallele vivo? Perchè nella mia testa non ci sono che binari interrotti? Coesistono diversi momenti, diverse persone insieme.
Ricordo quando ho provato per la prima volta questo stato.
Ricordo il mio primo giorno a casa.
Camminavo per le strade di Bari, un occhio impegnato a scansare cacche di cane e mettere un piede davanti l'altro, l'altro riverso all'interno, che guardava scorrere le vie di Kadikoy sotto i piedi, accanto ai meravigliosi murales messi lì per me.
La mia vista spaccata in due come era spaccato il mio cuore.
Non mi sento a casa da quel giorno, da nessuna parte, con nessuno, e da quel giorno non ho fatto nulla che sentissi mio, che sentissi una mia scelta, una mia volontà.

"There is a radar in my heart/I should have trusted from the start".

Questa non è la mia vita, queste non sono le mie scelte, sono le scelte degli altri, è la programmazione che qualcuno mi ha inserito nel cervello. Io non apparterrò mai a questa città prostituta, chiusa nel suo medioevo bancario come chiuse sono le sue mura ancora in piedi, e non apparterrò mai a questa disumanizzante azienda dove tutto è una procedura, tutto è schema e limiti.

Allo stesso tempo, non posso, non voglio mollare. Non voglio lasciare le cose a metà, non posso rinunciare a ciò che mi sono guadagnato pagando il prezzo più alto.

Sto andando in pezzi, e si vede.
Chi mi guarda vede un guscio vuoto, incapace di creare qualsiasi cosa o di stabilire legami.

"Ma tu eri così anche prima dell'Erasmus?"

Si. No. Forse. Non lo so, non so più nulla.

Sono rotto, ma forse c'è speranza.  Kintsugi.


lunedì 17 ottobre 2016

Impreparazione

Ho cercato il sinonimo inglese di questa parola sperando nella logica britannica, quando loro capiscono alla grande l'accezione che vuoi dare alle parole, spesso intraducibili. Niente, il risultato è deludente: UNPREPAREDNESS. Sa molto di nota sul registro alle elementari. Forse è la sola ed unica accezione che può avere questa parola.
Amo la mia personalità, così fantasticamente idonea a non guardarsi mai in faccia, intenta a riempire tutti i vuoti di tempo possibile, incasinata fino a non riuscire neanche a pensare. Se lascio un vuoto è breccia, dalle brecce si insinua l'acqua che erode, mangia tutta la diga che crolla sotto la pressione del fiume in piena con la stessa velocità che ho impiegato per dire "SI". Sono malata di impulsività e adesso vorrei solo sparire dal mondo, non presentarmi all'esame di laurea, non organizzare più niente, non dovermi aspettare più niente da me, avere il cazzo di sacrosanto diritto di crollare e mollare e scappare. Ci deve essere una ragione per cui le persone più intelligenti che conosco si laureano a 30 anni. Hai solo una vita, non sprecarla ad essere competitivo, goditela. Non sarò io ad aggiustare il mondo, just let it be.
Voglio tornarci a Istanbul, credo sia il posto in cui ho imparato più cose di me. La città più bella e torturata del mondo e io sono stata pressocché ovunque. Sapete cosa mi mette ansia da morire. Con la laurea sto siglando il contratto col diavolo denaro in cui rinuncio per sempre al mio tempo. Ai miei sogni chiusi fuori alle porte di una sala operatoria.
Trovo tutto noioso, le associazioni, i colleghi, i parenti, i regali, le feste. Mi sembra una vita finta. Mentre viaggio in giro per la Sicilia e faccio spola tra i vari paesi arroccati sulle montagne o sul mare mi rendo quasi conto che con questa terra ho finito, ho chiuso, ho bevuto tutto il suo sapere, ho finito l'acqua della sua fonte e senza mai conoscerla davvero ne sono già annoiata.
Non voglio vendermi al mondo, alle persone. Siamo le prostitute del capitalismo. Sono troppo curiosa del mondo per stare qui, aprire lo studio, amare qualche altro dottore, fare la classe dirigente del futuro senza prendere rischi, andare alle cene di beneficenza, compilare questionari, prendermi complimenti che mi merito solo perchè per fortuna non appartengo a tutti loro. E se ne accorgono, si percepisce. Vi sarà capitato sicuramente. Non avete la sensazione di avere stampata in faccia la vostra diversità dal resto di una massa di decerebrati. La gente è come se la annusasse e vi ama o vi odia per questo, ma il punto è che a me non interessa. Ho paura di perdermi e ho paura di essere impreparata a perdermi, ho paura di avere troppo coraggio nelle decisioni, di non piegarmi e di vendermi troppo.
Oggi più che mai sento Istanbul dentro di me, E' davvero così bella la gabbia d'oro che ci costruiamo?
Vorrei essere con voi a Kadikoy a guardare dal parco oltre il mare.

mercoledì 29 giugno 2016

Perché?

Sale la rabbia, il dolore, la paura, la preoccupazione. Gli attentati sono fatti per creare paura, terrore nelle persone, per portare ad essere più vulnerabili ed attratti da idee che prima non avremmo mai considerato.
La paura che crea l'odio.
Non ci sono risposte ci sono solo domande. E l'odio oggigiorno non mira più a colpire i diretti interessati, ma colpisce indiscriminatamente civili: uomini, donne e bambini che per sfortuna o per destino si sono ritrovati in quel luogo in quel dato momento.

L'odio non è la risposta all'odio, ma che possiamo fare noi comuni mortali contro i giochi di potere dei grandi?
Una fantomatica marcia dei popoli potrà mai unirsi per chiedere una pace? Ma poi, che popoli? Siamo terrorizzati dal nostro stesso vicino ormai, i “grandi” Stati occidentali promotori di grandi ideali e principi che ormai si chiudono in se stessi, chiudono frontiere e con quelle anche la mente.

Perché?
La Turchia è un paese meraviglioso, le persone pure con quello spirito mediterraneo, che noi italiani conosciamo bene e che ti porta a raccontare la storia della tua vita a gesti al primo venditore di cay ambulante.

Perché?
Ci scandalizziamo, piangiamo, ci indigniamo per Parigi, per Bruxelles, e per la Turchia? Ankara, Istanbul per quattro volte in pochi mesi. Perché loro non meritano il nostro dolore? Perché non meritano il nostro stupido hashtag come gli altri?



Ci si deve indignare dell'indifferenza, non delle bombe oggigiorno.

domenica 5 giugno 2016

Perplimersi

L'atto di provare perplessità, che poi chissà che etimologia ha, questa parola. Per + plesso? E plesso che indica? Google, il mio caro vecchio amico che contribuisce ogni giorno a togliermi quel po' di memoria che mi resta, sostituendosi alle mie sinapsi, dice che viene dal latino perplexus, e sempre Google mi dice che Perplexus è anche questa figata qua.
Cosa mi vuoi dire, amico Google? Forse che dal dubbio può nascere qualcosa di ubercool? Grazie dell'incoraggiamento. Di certo arriva al momento giusto. Ma ciò che vorrei non è un minipuzzle tridimensionale con probabile wormhole incluso, vorrei un cartello stradale, piuttosto. Un bel ONE WAY che mi faccia incedere con sicurezza e tappe prestabilite verso la direzione desiderata, che a saperlo che dovevo costruirmi la strada io, facevo l'asfaltista, non il wannabe ingegnere, che tanto in questo paese con il tempo che ci vuole a fare una strada praticamente non si rischia mai la disoccupazione. Ma whatever.

Scrivo qui quando non ho altre opzioni, quando mi viene voglia di fumare (perchè porca miseria se mi sento petoloso mi viene voglia di fumare? Neffa si fumava il suo rimpianto e si beveva la nostalgia e ci faceva grandi pezzi, io non ho scuse), quando mi serve un attimino confrontarmi col mio cervello. E visto che non lo faccio mai, vuol dire che lo sto evitando, questo confronto. O che non lo trovo più e quindi vinco per abbandono.
Come si dice dalle mie parti, ultimamente la testa non mi accompagna. Sembra che mi siano venuti tutti i disturbi listati nei bugiardini delle medicine senza manco aver assunto un'acqua tiepida. Ma perchè? Cosa ho che non va? Eppure in teoria dovrebbe essere il mio momento, dovrei essere carico come una molla mentre sono slabbrato come uno di quei maglioni che mi mettevo quando ero un bambino ciccione. Mistero. Probabilmente devo smettere di pensare al problema e affrontarlo, o meglio, riconsiderarlo. Cazzo, io problemi non ne ho. Ho tutto. Tutto il necessario e anche tanto superfluo. Perchè non sono in grado di vederlo?

martedì 17 maggio 2016

Grief.

Incontra qualcuno. Inizia ad amare qualcuno. Prova le sue emozioni, le sue paure, i momenti di gioia e di disperazione. Parlaci, ridici, impara da e con lui o lei. Ho sempre amato la presunta incapacità nella lingua inglese di distinguere in prima lettura tra il voler bene a qualcuno e l'amare qualcuno. It's all about love. You love a friend, and you love your lover as well. Certo, le accezioni cambiano. Ma c'è una cosa in comune. Quando si ama si soffre. La mancanza fa soffrire, ma, sopratutto, ci fa soffrire il dolore che l'altra persona prova. Empatia, la chiamano. A che pro? Se non siamo in grado di offrire conforto, a che serve soffrire per problemi che non ci riguardano? A che serve sentirsi così frustrati, nell'incapacità di portare sollievo a chi vorremmo sempre e solo vedere con un sorriso sul volto? E' da un po' che me lo chiedo. E continuo a non avere una risposta. Ciò che posso fare, ciò che possiamo fare in queste situazioni, è dimostrare di esserci, nella speranza che la nostra sola presenza sia di conforto. D'altronde, abbiamo paura delle perdite perchè temiamo di rimanere soli. E per quanto certe perdite siano insostituibili, noi non siamo mai soli. Anche quando crediamo di esserlo. Non ho una risposta. Ma ho una scelta. Scelgo di esserci, se mi vorrai e se non mi vorrai, scelgo di offrire ciò che ho di me, perchè tu possa lasciarti cadere su un morbido letto di foglie che attutisca il tuo dolore. Le cadute fanno male, ma ci si rialza. Doloranti, sporchi di terreno e, se tutto va bene, con qualche foglia rimasta appiccicata sulle vesti.

Questo pensiero, che probabilmente non leggerai mai, è per te, amica mia. Ti voglio bene, ma sopratutto, I Love You.

lunedì 9 maggio 2016

Istanbul, quanto mi manchi?

Sei stata la parentesi più importante della mia vita, lo so che a 21 anni tutto sembra sempre rivoluzionario e unico, ma so che questa esperienza sarà un segno indelebile nei miei ricordi, un segno indelebile nel mio cuore.
Eppure sei stata una parentesi, e una parentesi dovevi essere, perché di te sarei morta, mi avresti sopraffatta prima o poi con il tuo silenzioso osservare e le tue fragorose voci assordanti.
Ma cara Istanbul tu mi hai regalato molto, molto più di quanto mi aspettassi. Mi hai dato una nuova me stessa, delle persone vere, un amore.
Sì, mi hai dato questo nella tua stupenda e magica cornice, mi hai regalato notti folli con amici sinceri, tramonti solitari su un traghetto, cay bollenti e passeggiate eterne.
Ho vissuto poco meno di sei mesi con te, eppure mi sembra di conoscerti da una vita, e ti devo ringraziare perché senza di te, cara amica, non sarei felice, non mi sarei mai scoperta veramente.


Sarai sempre la mia silenziosa e immortale amica Istanbul.  

giovedì 5 maggio 2016

Istanbul. La città senza definizioni, senza limiti, che è tutto e non è niente.
Quel posto ideale per le anime perdute e le menti confuse. Si arriva a Istanbul scendendo da un aereo e affrontando l'ignoto. Si arriva a Istanbul per curiosità, e perchè quando senti che non hai un posto nel mondo che conosci, vieni qui. Istanbul non è un luogo, è una leggenda. Ha passato così tanta storia, così tante dominazioni, così tante persone e nomi. Bisazio, Costantinopoli, Istanbul. Culla del mondo, della civiltà e dell'inciviltà.
Sembra che tutte le persone che non sappiano cosa fare della loro vita, che direzione prendere, si siano date appuntamento a Istanbul per un çay, e io ovviamente non faccio eccezione. Faccio parte di questa moltitudine di ombre di persone che non hanno risposte ma solo domande a cui la vita vera fa paura da impazzire e cerca un posto fuori da spazio e dal tempo. Qua.