domenica 8 aprile 2018

Esiste un abbastanza?

Penso che l'erasmus mi abbia bruciato il cervello. Ha alzato la stanghetta che misura il livello di felicità, se prima ero felice con un 10 ora necessito un 30, voglio di più. Voglio quella spensieratezza e ingenuità che non ho mai avuto nella mia vita fino a quel momento e che dopo mi è stata tolta nel tempo di un volo aereo.

Quando torno nella mia casa, quella vera, quella di Cossato, quella del paese che si considera città nella provincia più triste d'Italia, mi sento male. La nuvoletta di Fantozzi arriva e con lei un sentimento di oppressione, di irrequietezza, di frustrazione. Non mi piace stare qua e non lo nascondo a nessuno, il problema è che in forma attenuata non mi lascia questo sentimento di "non-appartenenza".

Sono cinque anni che sono uscita di casa dalla prima volta, è dall'erasmus che sento che nessun posto è più casa mia. Quell'erasmus mi ha segnato, mi ha fatto assaporare che significa la libertà e la spensieratezza, mi ha illuso, mi ha fatto credere che la famosa canzone "Forever young" fosse possibile. 

Sono ripetitiva sull'argomento che l'erasmus mi ha segnata, ma è vero. Alla fine sono pur sempre stata una ragazza di provincia, capitemi.

P.S. chiaramente il primo e indimenticabile, questo secondo è stato una parentesi felice ma vissuto con un'ottica di futuro e serietà. Mi sono sentita un Gep Gambardella, osservatrice e sperimentatrice di emozioni e spensieratezze che, però, ho capito non essere più mie. 
Chiudo con la mia citazione preferita, riassunto del mio spirito da Gep e dedicato a tutti i Gep:

 "   Finisce sempre così ... con la morte.
Prima però c'è stata la vita, nascosta sotto il bla bla bla
è tutto sedimentato sotto il chiacchericcio e il rumore, il silenzio e il sentimento, l'emozione e la paura.
Gli sparuti incostanti sprazzi di bellezza, e poi lo squallore disgraziato e l'uomo miserabile.
Tutto sepolto dalla coperta dell'imbarazzo dello stare al mondo bla bla bla ... altrove c'é l'altrove... io non mi occupo dell'altrove dunque che questo romanzo abbia inizio, infondo è solo un trucco, sì, è solo un trucco.   "

giovedì 5 aprile 2018

Well, that hurted.

Roma, data astrale Aprile 2018, il giorno non lo so, tanto i giorni passano tutti così schifosamente uguali che chiamarli per nome non ha senso. Propongo di cambiare per sempre la denominazione dei giorni in Abitodì - per i primi 4 in cui devo scomodamente mettere abiti e cravatte - Casualedì - giorno in cui sono ammessi abiti che non ti fanno sembrare un uccello marino glaciale con una spiccata vocazione genitoriale - Sfascioledì - giorno in cui mi sfascio - Pentoledì - il giorno della disperazione, della susta e del solipsismo dilagante, nel quale ti penti della sera prima, della settimana prima, e ricorsivamente di essere nato.

Ma non è questo il punto. Il punto è un altro, il punto è che, di nuovo, sono triste. Di una tristezza abissale e totale. Forse ho capito perchè, ed il perchè è che mi manca la speranza. Mi manca un progetto. La mazzata del Belgio la sento ancora forte sulle gengive. Era il mio progetto, ma avevo fatto i conti senza l'oste - che non ha gradito la mia presenza, a quanto pare. E sono sopraffatto dalla sconfitta. Parlo di resilienza, mi vanto di essere in grado di sopportare e andare avanti... e sono solo chiacchiere, parole al vento. Nessuno sa che se sorrido sempre è per combattere la mia disperazione, per risollevarmi e creare un posto in cui poter restare. Ora, dopo due ore a vagare per una zona residenziale di Roma, con un costante e paranoico senso di oppressione addosso (come mi stessero per tendere un agguato da un momento all'altro), mi ritrovo a perpetuare il rito dello sfogo su questo foglio elettronico bianco.

Mi ha fatto male. Mi ha fatto tremendamente male. Era la mia speranza di emancipazione, l'obiettivo più difficile, che avrebbe significato cambiare vita del tutto ed entrare in partita con i big. Dovrei essere felice solo per averlo sfiorato, dovrei riconoscermi di aver realizzato tanto senza alcun mezzo di partenza se non me stesso. Eppure mi sembra tutto così vano, così vuoto. Sono bloccato in un eterno presente senza prospettiva, un Uroboro in giacca e cravatta che si avvolge infinitamente attorno al suo posto semifisso. è come se, all'improvviso, nulla avesse di nuovo più sapore.

Mi aspetto che il mio personale Tyler Durden faccia la sua comparsa a brevissimo per un paio di cazzotti.