Il pugno nello stomaco si è conficcato in me un semestre fa. Dalla sua posizione, inamovibile, si diverte a rimescolarmi le budella a suo piacimento - a volte stringe, a volte spinge, a volte preme con un dito e altre volte rimescola. Mi spezza il fiato, mi toglie la fame, mi toglie il sonno, mi toglie il piacere.
Chi lo ha messo là? A che braccio appartiene? Si sarà almeno lavato la mano prima? Come sarà collegato al mio cervello? Perchè la corrispondenza perfetta tra emotività e fisicità è tale che Elon Musk mi comprerebbe il brevetto per il suo Neurolink se solo riuscissi a spiegare a qualcuno questo perverso meccanismo wireless.
Il mio pugno nello stomaco è in buona compagnia. Amico del grande mostro tondo rosa pallido con il ventre giallo ocra e chiazze dello stesso colore sul mantello, con un becco giallo da pinguino e una buffa bombetta verde, che si piazza davanti allo schermo del film della mia vita e mi impedisce di vedere. E come per la mia cerimonia di diploma, non c'è nessuno a registrare per una visione futura. Quel che è perso è perso, vita che si perde come lacrime nella pioggia.
Eppure quella mano è vuota, è un guscio. Come può applicare tutta questa forza? Come può uno spettro essere così potente? Perchè lo nutro io, perchè gli do forza vigore energia e vitalità perpetua. Gli do potere su di me, ce l'ho messo io. Ora è tempo di estrarlo come Artù Excalibur.
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